Omo Change: Fausto Podavini

Il secondo appuntamento del ciclo Incontri d’autore ci ha dato la grande opportunità di avere come nostro ospite uno dei foto-giornalisti italiani più conosciuti e apprezzati a livello anche internazionale, Fausto Podavini

Ho conosciuto Fausto una decina di anni fa, durante i riti della settimana santa in Sicilia e ho seguito sempre con grande piacere e ammirazione l’affermarsi nel tempo della sua fotografia.

A quel tempo Fausto era da poco entrato a far parte del Collettivo Fotografico WSP, un importante punto di riferimento per la cultura e formazione fotografica a Roma, dove oltre alla figura di fotografo, svolge tuttora l’attività di docente di fotografia di reportage, con corsi e masterclass in fotogiornalismo.  

Nel tempo lavora in Italia sulle carceri minorili, sull’Alzheimer, segue storie in India, lavora in Africa sugli ospedali di missione, sulla Cristianità e sugli impatti ambientali e sociali della grande Diga in Etiopia. 

I suoi lavori sono stati pubblicati sulle maggiori testate nazionali e internazionali come Le Monde, GEO, Stern, National Geographic, Internazionale, l’Espresso, Donna Moderna e altri.   

Molti e importanti i riconoscimenti e premi internazionali tra cui il World Press Photo nel 2013 e nel 2018,  il POY nel 2016 e nel 2018 e il Sony World Photographic Awards e tanti altri. L’elenco e’ veramente lungo, lo potete trovare qui.

Nel 2013 MiRelLa, il suo lavoro sull’Alzheimer,  vince il World Press Photo nella sezione Daily Life e porta Fausto con pieno merito alla ribalta nazionale e internazionale. L’anno dopo il progetto diventa un libro (in tiratura di 1.000 copie sold out nel giro di due anni!), realizzato con una campagna di crowdfunding sul web ed edito da Silvana Editoriale.  

Personalmente ritengo che MiRelLa sia uno dei racconti piu’ toccanti, intensi e poetici che io abbia avuto a fortuna di vedere e apprezzare. E’ un reportage intimo e profondo sulla dedizione e sulla cura, sulla memoria, sulla speranza e sul dolore, dove la malattia e’ presente ma trattata sempre con una grande delicatezza. E’ un atto di amore e sull’amore. 

Dopo il successo di MiRelLa, Fausto intraprende un altro progetto, totalmente diverso dal primo sia per tematica che per approccio: Omo Change, che nell’ottobre del 2019, grazie ancora ad un’efficace ed estesa campagna di crowfunding, diventa un libro edito da Fotoevidence Editions.

Lo vede impegnato per 6 anni in Etiopia per documentare i grandi cambiamenti ambientali e sociali nella bassa Valle dell’Omo e sul lago Turkana in Kenya a seguito dei massicci investimenti stranieri – italiani sopratutto – per la costruzione della diga più alta di tutta l’Africa: la Gibe III.

Come già accennato, il progetto ha ricevuto diversi riconoscimenti internazionali come il World Press Photo 2018 sezione Long Term Project, il POYi “Enviromental Vision Award” 2018, il PDN Storytelling 2017, il Kolga Tiblisi nel 2019, il Direct Look 2017, Fondation Yves Rocher Grant 2017 e numerose pubblicazioni in Italia, Germania, Spagna, Francia, Austria, Finlandia, America, Giappone.

Fausto, il tuo e’ ed e’ stato un lavoro da  freelance, non sei legato a nessuna agenzia foto-giornalistica. Per te e’ stata una scelta precisa sin dall’inizio?  

Quando ho iniziato io, 10 anni fa, quella del  freelance era ancora una strada percorribile; oggi, seppur sempre possibile, e’ sicuramente più complicata. Intraprendendo la strada del foto-giornalismo ho imparato a percorrere tutti i passi che questa professione comporta, trovare le storie da raccontare, il modo in cui farlo, sperimentare da solo le strade giuste e quelle sbagliate per ottenere collaborazioni con le riviste, partecipare ai Contest etc. Nel tempo ho ricevuto diverse offerte per entrare a far parte di agenzie e io stesso mi sono domandato se poteva dare un valore aggiunto al mio lavoro, ma ho preferito alla fine continuare per la mia strada da freelance non trovando una risposta convincente a questa domanda. Oggi che ci sono tantissimi bravi fotografi e il livello della produzione fotografica e’ molto alto forse – e sottolineo forse – consiglierei ai giovani che vogliono intraprendere questa strada di provare a farlo tramite un‘agenzia che potrebbe dar loro maggiori possibilità di visibilità e una più veloce circolazione del loro lavoro.

I tuoi lavori sono reportage a medio e lungo termine, che richiedono impegno, definizione di obiettivi e grande costanza nel portarli a termine. Come fai a capire quando un progetto e’ maturo ed e’ arrivato al suo termine?

Si, e’ vero quello che a me  interessa e’ di trovare una tematica e svilupparla, entrarci dentro, farla mia, farne un lavoro che una volta terminato e distribuito – che sia una pubblicazione, una mostra o un libro – possa dare allo spettatore o al lettore la possibilità’ di saperne di più rispetto al consumo immediato della news.  In questo tipo di lavori, non c’e’ un modo unico valido per tutti di comprendere che la storia e’ terminata, dipende dalla storia, dipende da quanto si e’ soddisfatti del contenuto e della valenza fotografica.  MiRelLa termina in un determinato periodo che avevo deciso deciso a priori, il momento in cui la malattia avrebbe avuto la meglio su Luigi, il co-protagonista della storia.  In Omo Change la fine del lavoro in realita’ e’ stata decisa da me, questo e’ un lavoro che avrebbe potuto continuare per altri 10 anni ma per me era importante chiuderlo nel momento in cui i cambiamenti raccontati nel progetto fossero diventati effettivamente visibili. Ogni storia e’ a se’, ed ha una sua chiusura più o meno naturale. 

Le popolazioni locali in Etiopia e Kenya hanno sempre vissuto di agricoltura e pastorizia. Come si sono adattati a questo cambiamento ambientale?

La costruzione della diga ha comportato nel tempo l’abbassamento drammatico del livello del fiume Omo e la distruzione di foresta per la creazione di vaste piantagioni di cotone per l’esportazione. Le tribù che vivono nella bassa valle dell’Omo hanno sempre vissuto di agricoltura e di pastorizia. Oggi, per via della diga, non ci sono più le esondazioni stagionali del fiume che favorivano le coltivazioni agricole e l’abbeveramento del bestiame.  Il loro accesso all’acqua risulta pressoché’ impossibile sia per il livello che ha raggiunto il fiume sia perché l’esercito controlla le grandi pompe che regolano l’afflusso dell’acqua stessa. Parimenti sul Lago Turkana, in Kenya, alimentato dal fiume Omo, il livello delle acque a partire dal 2014 si e’ ridotto drasticamente con una velocità impressionante, impedendo di fatto alle tribù locali di continuare a vivere della pesca, loro attività principale. Oggi queste persone, nella migliore delle ipotesi, sono costrette a comprare quello di cui hanno bisogno e che prima producevano da soli e questo significa ovviamente un incremento della povertà. Molti stanno migrando verso le grandi città in cerca di meglio, andando a incrementare anche il fenomeno delle grandi migrazioni “economiche”. Le autorità locali stanno letteralmente sfrattando questi popoli dalle loro terre, per trasferirli in villaggi di reinsediamento.

Sono impatti devastanti su una popolazione di circa mezzo milione di persone.

Che rapporto hai stabilito in tanti anni di lavoro con la popolazione locale ?

E’ stato un rapporto di stima reciproca con alcuni, conflittuale con altri. Loro senza saperlo mi hanno dato molto di più rispetto a quello che ho potuto fare io. Una delle cose che più mi dispiace è che molte delle etnie che vivono sul fiume Omo non hanno capito effettivamente cosa stesse accadendo e che quindi probabilmente non possono apprezzare appieno lo sforzo fatto per documentare Omo Change. Altre etnie invece sono state molto collaborative e sono state più ricettive sulle cause del cambiamento che stanno vivendo.

Grazie Fausto, credo che il valore del suo lavoro sia quello di  condurci a riflettere su quello che chiamiamo Sviluppo, a riflettere su quanto lo sviluppo e il progresso sia veramente tale e sopratutto a quale costo e a discapito di chi questo sviluppo si impone, spesso stravolgendo ecosistemi ambientali e realtà sociali molto delicate.

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